Viva Maria

Maria Valtorta
La grande mistica del 20° secolo
Le opere, gli scritti valtortiani,
con tema:
Viva Maria - Maria corredentrice

Viva Maria
20 marzo 1944 5 gennaio 1944 10 gennaio 1944 2 dicembre 1943 1 novembre 1943 11 agosto 1944 4 luglio 1943
12 luglio 1944 8 luglio 1944 1 dicembre 1943 2 gennaio 1948 6 gennaio 1948 21-28 maggio 1948 2 febbraio 1948
13 febbraio 1948 14 febbraio 1948
Maria Corredentrice
19 febbraio 1944 14-15 marzo 1944 3 dicembre 1943 6 luglio 1943 2 luglio 1943 21-28 maggio 1948 6 luglio 1943
I Quaderni del 1944
20 marzo 1944
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Dice Gesù:


«Un giorno Maria mia Madre ti ha detto:[nel terzo dettato del 2 dicembre 1943, verso la fine]
“Io vi chiedo con lacrime al Figlio mio”.
E un’altra volta: “Lascio al mio Gesù la cura di farmi amare... Quando mi amate, vengo. E la mia venuta è gioia e salvezza”.

La Mamma ti ha voluta. E a Lei ti ho data.
Ti ci ho portata, anzi, perché so che, là dove Io posso piegare con l’autorità, Ella vi porta con la carezza dell’amore e vi ci porta meglio ancora di Me, Il suo tocco è un sigillo davanti al quale satana fugge.
Ora hai la sua veste e, se sei fedele alle preghiere dei due Ordini, [quello francescano, di cui era Terziaria dal 1930 circa, e quello dei Servi di Maria, al cui Terz'Ordine era stata appena ascritta] mediti ogni giorno tutta la vita della Mamma nostra.
Le sue gioie e i suoi dolori.
Ossia le mie gioie e i miei dolori.

Perché, dal momento che da Verbo divenni Gesù, Io ho con Lei e per gli stessi motivi giubilato o pianto. Vedi dunque che amare Maria è amare Gesù. È amarlo più facilmente. Perché Io ti faccio portare la croce e sulla croce ti ci metto. La Mamma invece ti porta o sta ai piedi della croce per riceverti sul cuore che non sa che amare.

Anche nella morte il seno di Maria è più dolce d’una cuna.
Chi spira in Lei non sente che le voci dei cori angelici che turbinano intorno a Maria. Non vede tenebre, ma il dolce raggio della Stella Mattutina. Non ode pianto, ma il suo sorriso. Non conosce terrore.

Chi osa strappare, di Noi che l’amiamo, una sua creatura dalle braccia di Maria?

Non dire: “Grazie” a Me.
Dillo a Lei, che non si è voluta ricordare di nulla di te, fuorché del poco bene che hai fatto e dell'amore che hai per Me, e per questo ti ha voluta, per domare sotto il suo piede ciò che la tua buona volontà non riusciva a domare.

Grida: “Viva Maria!”.

E sta’, ai suoi piedi, ai piedi della Croce. Ti ornerai la veste dei rubini del mio Sangue e delle perle del suo pianto. Avrai una veste da regina per l’entrata nel mio Regno. Va’ in pace. Ti benedico.»
I Quaderni del 1944
14-15 marzo 1944
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Il giorno 12 non c’è dettato. Il 13 non ho voluto scrivere. E lei sa perché.
Il 14, col broncio ancora, cedo perché… perché a lasciarlo parlare senza fermare i suoi pensieri mi sento levare l’aria e la vita. Ma il broncio ce l’ho ancora. Sicuro. E se non fosse che oggi è il mio compleanno e che le sue parole sono il regalo più bello per la povera Maria, terrei ancora duro per vedere se, attraverso questo mezzo, mi fa la grazia che chiedo per tutti.
È da ieri sera – quando lei è venuto lo diceva già – che Gesù ripete:

«E non hai capito che ho permesso che conoscessi [conoscessi, con la “visione” del 19 febbraio] lo strazio di Maria per tua guida e conforto in quest’ora?
L’avevo avvolta in un velo la Passione di mia Madre, perché è cosa tanto santa che non va data in pasto ai porci [n pasto ai porci, secondo l’espressione di Matteo 7, 6].
Solo per il Padre, perché avesse una guida nel giudicare e assolvere le anime che il dolore fa delirare; solo per te, perché nel tuo soffrire sapessi che la Mamma ti capisce perché ha sofferto e imparassi come si prega mentre il cuore è in un rogo di spasimo e come si doma il sentimento che insorge contro un volere di cui non conoscete i fini, prostrandolo sotto la persuasione dello spirito della bontà di Dio – persuasione che lo spirito inculca alla ragione e al sentimento, l’impone come un giogo ai due ribelli, per il loro bene – solo per poche altre care e benedette anime di questo mio “piccolo gregge” ho concesso le parole della Mamma mia in quell’ora tremenda, unicamente inferiore alla mia del Getsemani.
E tu non hai capito!

Se non ti conoscessi come tu non ti conosci, dovrei esser severo con te.
Ti accarezzo invece e non ti lascio andare, povera pecorella mia tutta avvolta nelle spine.
Guarda: te le levo ad una ad una, districandole dal tuo vello, pungendomi Io per non lasciare che la punta sia tu. Sto qui anche se non mi vuoi guardare. E vedremo chi vince.»

Stamane poi, dopo una notte d’agonia che mi fa trovare al mattino con una faccia poco dissimile a quella della bimba di Giairo, [bimba di Giairo, nell’episodio scritto l’11 marzo (capitolo 230 dell’opera maggiore)] Egli dice:

«Lo vedi che non puoi stare senza di Me?
Senza la tua Messa il cui Vangelo è cantato e commentato dal tuo Gesù, la cui benedizione è data dal tuo Gesù?
Oh! povera, povera Maria che ci stai così male sulla Terra!
Bisogna proprio che Io ti prenda con Me.
Non sei adatta agli urti brutali del mondo. Ma mi occorri ancora. Pensa alla Mamma. È dovuta rimanere ancora qualche tempo per servire Gesù.

Tu non ci vuoi restare per servire Gesù? Andiamo, andiamo!

I tuoi rimproveri sono ancora amore e fede, perché tu pensi che tutto può Gesù e che il tuo amare e credere totale debbano operare il miracolo.
Anche Marta e Maria a Betania mi hanno rimproverato di non aver affrettato il ritorno, di essermi allontanato mentre Lazzaro moriva. Ma Io le ho amate anche per questo, perché in quel rimprovero era amore e fede: “Se Tu eri qui, il nostro fratello non sarebbe morto”, hanno detto [hanno detto, come viene riportato in Giovanni 11, 21-22.32] le due sorelle.
E nel rimprovero era palese la loro convinzione che Io potevo operare il miracolo, e l’amore grande nella confidenza che le fa osare di rimproverare Me.
Pace, pace, anima mia!
Pace fra Me e te.

E di’ in mio Nome, a coloro che potrebbero commentare irriverentemente le parole della Mamma, che Ella, in quell’ora, era la Donna.
La Donna che assommava in sé tutti i dolori della donna, portati alla donna per la colpa della prima, e che doveva espiarli così come Io avevo assommato in Me tutti i dolori dell’uomo per poterli espiare.

Di’ a coloro che negano che Maria abbia potuto soffrire, perché santa, che Ella ha sofferto di tutto, come nessuna altra sua sorella di sesso, di tutto fuorché dei dolori del parto, non essendo in Lei la colpa e la maledizione [la maledizione enunciata in Genesi 3, 16] di Eva, e quelli dell’agonia fisica per la stessa ragione.
Dette alla luce il Figlio delle sue viscere immacolate e dette a Dio il suo spirito senza macchia, come era decretato dal Creatore li dessero tutti i figli di Adamo se la colpa non li avesse innestati al Dolore.

Di’ loro che Io, perché ero l’Espiatore principale, ho dovuto ben subire anche il dolore della morte, e di quella Morte, ed ero il Santo dei santi.

Di’ a coloro che negano che Maria abbia potuto soffrire e nell’anima, nella sua mente e nella sua carne, nelle ore espiatorie della Passione, che se Io posso fare partecipe delle mie sofferenze e marcare delle mie piaghe un mio servo o una mia serva – creature che mi amano, ma che nel loro amore sono sempre molto relativi -– come non avrò potuto associare a queste sofferenze, far partecipe di esse – perché il valore del patire del Figlio di Dio fosse aumentato del valore del patire della Piena di Grazia – la Madre mia, Maria la Santa, Maria la Carità, inferiore unicamente a Dio, Colei che mi amava alla perfezione come Mamma perché nella sua immacolatezza aveva perfezione di sentimento, e come credente perché nella sua santità mi amò come nessuna?
Era Madre, uomini.
Mi aveva portato, generato, partorito, allevato.
Non era di stoppa, ma dotata di nervi e di un cuore.
Era carne, non solo spirito. Carne pura, ma carne ancora.
Se Io ho pianto e ho sudato sangue, Ella non avrà pianto e pianto sangue?
Ero suo Figlio, uomini. Non ero una larva di uomo.
Ero Carne, ero la sua Carne.
E in quella e su quella Ella vedeva, per la sua perfetta prescienza, cadere i flagelli, penetrare le spine, scendere le percosse, urtare le pietre e penetrare i chiodi, e per la sua santità in sé li riceveva.

O uomini, riflettete.

Dite di credere alla Comunione dei Santi, la quale è l’unione delle preghiere e delle sofferenze ai meriti infiniti di Cristo per i bisogni degli spiriti, e non potete ammettere che la prima a parteciparvi fu Maria, la mia e vostra Santa?

Di’ questo, piccolo Giovanni imbronciato, agli uomini dalla fede e dalle idee svisate da un razionalismo che non sanno neppure di avere e che come gramigna ha invaso subdolamente anche gli spiriti più sinceramente desiderosi d’esser nel vero.
Ricordati però che Giovanni non aveva mai il broncio, neppure quando Io lo riprendevo o trascuravo e gli altri lo contendevano.
Va’ in pace.

Ti benedico anche se sei così capretta oggi.
Sii buona! Sii buona!
Pensa che ti ho amata tanto da fare di te il mio portavoce.
Va’ in pace.
Ti benedico ancora.»
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I Quaderni del 1944
19 febbraio 1944
[Precedono i brani 1-4 e 15 del capitolo 610 dell’opera L’EVANGELO]
Giuseppe [Giuseppe è Giuseppe d’Arimatea. La scena che inizia qui sarà completata dal “dettato” del 3 giugno. L’una e l’altro saranno di nuovo trattati il 28 marzo 1945 in una più ampia “visione”, che formerà il capitolo 611 dell’opera maggiore] spegne una delle torce che aveva acceso per vedere meglio nel sepolcro, dove già è molto scuro, e si avvia alla porta, all’apertura, tenendo accesa una sola torcia, con la quale si fa lume mentre insieme a Nicodemo fa scorrere la pesante pietra del sepolcro al suo posto.
Maria, sorretta da Giovanni, singhiozza più forte.

Ora Gesù è solo nel suo sepolcro, in mezzo all’ortaglia silenziosa e già un poco scura.

Il gruppo si riunisce.
E per poca via giunge alla casa da cui solo ieri sera erano partiti gli apostoli con Gesù vivo e bello.
Entrano Maria, Giovanni e le donne.
Mi ricordo ora di aver sempre dimenticato di dire che una delle donne del gruppo pietoso era la padrona di casa.
Giuseppe e Nicodemo si ritirano.

Maria entra nella stanza dove ventiquattr’ore prima era con Gesù.
E piange.
Le donne la confortano e Giovanni anche.
Ma non c’è nulla che la conforti.
Ha nelle mani il suo velo bruttato di sangue, e di quel Sangue, e lo bacia.
Ha di fronte, su un tavolo, la corona di spine ed i chiodi e pochi altri oggetti appartenuti alla Passione, fra cui i batuffoli con cui furono strofinate le membra nel sepolcro e il lenzuolo su cui fu portato al sepolcro.
È tutto quanto le resta del Figlio.
Le donne la lasciano sola, e così Giovanni, poiché Ella lo chiede.
Maria, in ginocchio, piange e prega col capo appoggiato contro quei pochi oggetti. Ogni tanto la tortura del dolore, del ricordo, della solitudine, deve farsi più acuta, perché Ella chiama il suo Gesù e gli parla come fosse presente, rievoca i tempi passati quando Egli era il suo Bambino, il suo conforto, la sua compagnia.
È tutta la vita familiare di Gesù che scorre fra i frammenti rievocati dalla Madre.
Ella lo sa bene che risorgerà, lo crede poiché Egli l’ha detto ed Ella lo ha compreso.
Ma intanto Egli è morto, Egli non c’è.
Ella è sola col suo ricordo di strazio.

“L’avessero lasciata nel sepolcro con Lui, si sarebbe sentita meno desolata.
Avrebbe atteso di vederlo risorgere vegliandolo come quando era bambino.
Più pesante questo sonno di morte e diverso il letto.
Ma per Lei sarebbe stato ripetere un gesto fatto tante volte presso la cuna e l’avrebbe ninnato, non con la dolce ninna-nanna di allora, ma colle sue preghiere perché il Sacrificio fosse fruttuoso a tutti gli uomini, e colle sue parole d’amore e col suo perdono per gli uccisori.
L’avessero lasciata! Si sarebbe seduta là, vicina a Lui, e le sarebbe sembrato di vederlo ancora nelle fasce, come allora”.

E lo strazio, dopo una pausa di ricordo velata di sorriso, ritorna più forte “perché si ricorda in che fasce è stretto il Figlio suo, perché si ricorda di che ferite esse son velo”.
E torna a rievocare “quando era piccino e cadeva, quando cominciò a lavorare e si feriva, che Lei tremava nel vedere il suo sangue, le sue piccole lividure, le sue lievi lacerazioni, e le medicava col suo bacio e non si quietava che quando capiva che il piccolo dolore era passato.
Ed ora, ed ora…
Ora lo hanno ferito così, percosso così, trafitto, pestato, punto, scorticato così.
E nessuno ha avuto pietà, e nessuno l’ha medicato, e nessuno gli era vicino a carezzare là dove altri colpiva!
Oh! se ci fosse stata Lei, Lei almeno sempre vicina!
Lei che, anche prima di saperlo da Giovanni, aveva già saputo della cattura, delle prime percosse, delle sassate, degli urti, degli sputi, dei ceffoni, delle funi, Lei che, nonostante il pietoso velo gettato da Giovanni sulla verità dei tormenti, sapeva, sapeva cosa succedeva al Pretorio.

Non aveva il cuore rigato, punto, percosso dai flagelli, dalle spine, dai calci, dai pugni dei crudeli che avevano flagellato, coronato, colpito il suo Gesù?
Ma sì che lo aveva!

E se il cuore della sua Creatura si era spezzato per la sofferenza patita dalle carni, le sue carni erano spezzate dalla sofferenza patita dal suo cuore materno”.

Tutto ha condiviso la Madre: la sete, la febbre, i flagelli, le spine.
E le accuse e le offese, e le bestemmie.

E poi, e poi… “sul Calvario… non poterlo aiutare, non potergli dare una goccia d’acqua, Lei che gli aveva dato tanto latte, non poterlo sorreggere nell’estreme ore, Ella che l’aveva sorretto ai suoi primi giorni, non potergli tenere il capo perché non urtasse contro quel legno, ma trovasse il cuore della Mamma per guanciale, per spirarvi sopra meno atrocemente”.

È un’agonia spirituale non meno penosa di quella fisica del Cristo.
Io ne sono spezzata.

Come farà a vivere anche poche ore senza di Lui?
Maria lo chiede a se stessa, alle cose che hanno toccato il suo Gesù, che son bagnate del suo sangue e del suo sudore di morte, lo chiede a Dio…
“Come ha potuto permettere tante sevizie lasciandolo solo, solo, solo sulla sua croce? Lui, il Padre, così santo e buono, come ha potuto resistere al grido di quel cuore, che moriva anche del dolore di non sentirsi più aiutato dal Padre?

Il ricordo del cuore la riporta alla ferita del costato.
Ne cerca il segno sul suo velo.
Ecco l’impronta delle sue dita, penetrate col lino nello squarcio tremendo.
Eccole qui.
Lei ha toccato senza volere il Cuore della sua Creatura!
Il Cuore del suo Dio!
Ma quel Cuore era morto! Morto! Morto!”.

Maria grida quella parola in un parossismo di dolore.

E chiama Dio:
“Padre, Padre, pietà! Io ti amo!
Noi ti abbiamo amato e Tu ci hai tanto amato.
Come hai permesso fosse ferito il cuore del nostro Figlio?”.

Ma si sovviene che ormai Egli era morto e che perciò non ha sofferto di quella ferita.

E allora benedice la bontà di Dio che l’ha risparmiata al suo Gesù.
“Questa, questa almeno non l’hai sentita, Figlio mio.
Io sola l’ho sentita, nel mio, quando ho visto il tuo cuore aperto.
Ora è nel mio la tua lancia e fruga e strazia.
Ma meglio così! Tu non la senti. Ma Gesù, pietà!

Un segno di Te, una carezza, una parola per la tua Mamma dal cuore straziato!
Un segno, un segno, Gesù, se vuoi trovarmi viva al tuo ritorno!”.

Un picchio alla porta di casa empie il silenzio della casa dove solo grida il dolore di Maria.
E un altro picchio più tenue all’uscio della stanza.
Entra Giovanni.
Parla a Maria, sottovoce. Ella annuisce.
Si ricompone. Si volge verso la porta.
Entra Veronica con la sua ancella.
Si inginocchia di fronte a Maria che è seduta, ora.
Nel vano della porta si affollano le donne fedeli.
Giovanni è in piedi dietro il sedile di Maria e le tiene una mano sulla spalla, passandole il braccio sinistro dietro la schiena, come per sorreggerla.
Veronica, dal cofanetto che l’ancella, pure inginocchiata, tiene fra le mani, estrae il lino e lo spiega.
Un volto doloroso, ma ancora vivo nell’espressione, negli occhi aperti, nella bocca lievemente sorridente con dolore.
Maria stende le braccia con un grido a cui fanno eco quelli delle donne.

Veronica dà alla Madre il sudario.
È giusto sia della Madre.
E, delicata, si ritira con la sua ancella.

Il segno è venuto.

Un nulla nel mare di dolore che la sommerge, ma quel tanto che basti a non farla morire.

La contemplazione mi lascia così, col volto di Maria appoggiato sul Volto del Cristo impresso nel sudario.
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I Quaderni del 1944
10 gennaio 1944
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Dice Maria:

E poiché sono la Madre, parlo io pure stringendovi al seno per indurvi alla fede, miei figli che vedo morire, nutriti come siete di tossico di morte.

Ve ne prego, per quel mio Figlio che ho dato con dolorosa gioia per la vostra salvezza, tornate sui sentieri del Cristo.

Avete scritto il suo Nome santissimo sui vostri sentieri.
Ma è un profanarlo.

E se non fosse che il Nemico vi offusca la mente e vi regge la mano forzandola a scrivere ciò che il buon senso non potrebbe indurvi a scrivere, quel Nome benedetto non lo scrivereste sulle vie per le quali satana viene a voi e sulle porte dei vostri grotteschi templi di senza-Dio.

Ma io dico[28] per voi al Padre:
“Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” e vi chiedo al Padre santo, poveri figli irretiti da satana.

Io ho vinto satana in me e per gli uomini.

Esso è sotto il mio piede.

Lo vincerò anche in voi purché veniate a me.

Io sono la Madre.

La Madre che l’Amore ha fatta madre del bell’amore.

Io sono quella in cui riposa, come in un’arca, la manna della Grazia.

Colma ne sono di Grazia, né Dio pone limite al mio potere di effonditrice di questo divino tesoro.

Io sono la Madre della Verità che in me si fece Carne.

Io sono la portatrice della Speranza dell’uomo.

Attraverso a me la speranza dei patriarchi e dei profeti è divenuta realtà.

Io sono la sede della Sapienza che mi fece sua e Madre del Figlio di Dio.

Venite, che io vi porti al Cristo tenendovi per mano, con questa mia mano che ha sorretto i primi passi del Gesù-Salvatore per le vie della Terra e che gli ha insegnato a camminare perché sollecito salisse al Golgota per salvare voi, a me più cari perché i più infelici fra tutti gli uomini, i condannati che lotto per strappare al potere che vi trascina all’abisso, per salvare al Cielo.

Guardate quanto ho pianto per voi.

Ché voi non siete coloro che cadono trascinati da peso di carne, così impetuoso e improvviso che vi abbatte senza darvi tempo e modo di reagire.

Voi siete quelli che tenacemente, scientemente commettete la colpa che non è perdonata, l’ha detto[29] il Figlio mio.

Voi negate la Verità per farvi, di menzogne nefande, delle verità.

Voi divenite luciferi.

E potreste esser angeli!

Non chiedo molto da voi.
Sol che mi amiate come una Madre, sol che mi chiamiate.

Il mio nome sarà già miele alle vostre labbra attossicate.

E sarà salvezza perché dove è Maria là è Gesù, e chi ama me non può non amare la Verità che è il Figlio delle mie carni.

Io non rimprovero, io non condanno.

Io amo.
Unicamente amo.

Non vi devo far paura perché sono più mite di agnella e più pacifica dell’ulivo.

Tanto mite che, superando le agnelle, ho lasciato che mi venisse strappata dal seno la mia Creatura e mi fosse sacrificata su cruento altare senza reagire, senza maledire.

Tanto superiore all’ulivo, che ho fatto, da me stessa, di me stessa uliva nella mola, e mi sono fatta torchiare dal dolore per stillare dal mio verginale e materno cuore immacolato l’olio per medicare le vostre ferite e per consacrarvi al Cielo.

Posatemi nel grembo la testa malata. Io la guarirò e vi dirò le parole che la Sapienza mi dice per condurre voi alla Luce di Dio.
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I Quaderni del 1943
2 dicembre 1943
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I Quaderni del 1943
3 dicembre 1943
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I Quaderni del 1943
1 novembre 1943
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I Quaderni del 1943
6 luglio 1943
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La scrittrice vuole chiarire alcuni punti in merito a due preghiere che Gesù le ha dettato e la proprio modo di regolarsi se dovesse dichiararne l'origine, tenendo ben presente il monito di Gesù sulla superbia che uccide la carità e perciò l'unione con Dio.
A tale proposito fa raccomandare alle Suore dell'Ospedale di usare carità con gli infermi, dei quali espone con perizia lo stato miserevole e le esigenze spirituali.
Poi promette al Padre Migliorini di pregare per alcune necessità e lo ringrazia di un pensiero gentile, ma deve fermarsi per fare parlare Gesù.-
Il "dettato" che segue tratta del dolore di Maria S.s. che non finì con la morte del Figlio, ma continuò per Lei sola, che era consapevole dell'inutilità della Passione per i tanti che nel tempo sarebbero stati i nuovi deicidi con la loro vita di peccato.
Per la Madre del genere umano iniziava un doloroso mistico concepimento che cesserà alla fine del tempo.-
La scrittrice riprende il suo ringraziamento al Padre Migliorini, che le ha portato la biografia del Santo Curato d'Ars, e gli confida di starsene, nel suo soffrire, beata sotto il raggiare del suo Sole.

In attesa che parli Gesù, parlo io per chiarire alcuni punti.
Avrà notato che in data 28 giugno vi è una preghiera al Ss. Sangue.

Però, mentre Gesù si lamenta che troppo poco sia venerato il suo Sangue, non impone, prepotentemente, che quella preghiera sia fatta conoscere.

Mentre quella del 4 giugno, in riparazione a Gesù Sacramentato, non mi dette tregua fintanto che io gliela mandai.

Gesù mi fa capire che va molto detta questa preghiera e, personalmente, me la fa dire con la frase dettata da Lui “... per mano di satana”.

Mi spiace disubbidire al censore ecclesiastico. Ma fra lui e il Maestro scelgo il Maestro. Già anche volessi fare diverso non mi riuscirebbe.

Come mi spiace dovere dire che non conosco chi ha scritto quella preghiera. Oh, se lo conosco! Ma Egli si nasconde dietro l’anonimo. Ci dà una formula perfetta nella sua concisione, completa, quale solo Egli la poteva fare, chiede che sia detta e basta. Sicché io, ai lontani di qui, dico che fu scritta da una inferma.

Scritta: è formula molto ampia. Io posso scrivere la Divina Commedia, se mi ci metto con pazienza. Ma non sono certo io che l’ho composta. Ugualmente ora. Io l’ho scritta e Lui l’ha composta. Ma ai vicini che potrebbero chiedere dove sta questa inferma, dico: “Non so chi ha scritto quella preghiera”.

Se dicessi: “L’ho scritta io”, ne avrei lodi che sarebbero ingiuste. Se dicessi chi l’ha dettata, la gente crederebbe in due forme diverse. Di una - pazienza! - la subirei pensando a Gesù chiamato “pazzo”[123]. Ma l’altra non voglio sia detta. Perché se Gesù si curva, vero samaritano pietoso, sulla mia anima che è tutta uno strappo, ciò è prova della sua infinita Misericordia e non di merito da parte mia.

Sento, con la medesima esattezza che se l’avessi già vissuto, che se la superbia entrasse in me tutto finirebbe. Glielo dicevo stamane. È una mia persuasione personale, e il buon Gesù la conferma dicendomi che “la superbia uccide tutte le virtù, la carità per prima. Conduce quindi con sé la perdita della luce di Dio.

Il superbo”, mi spiega Gesù, “non tratta con santo rispetto il buon Padre dei Cieli, non ha viscere di misericordia per i fratelli, si crede superiore alle debolezze della carne e alle regole della Legge. Pecca perciò continuamente, e dello stesso peccato che fu causa della rovina di Lucifero prima, d’Adamo e della progenie d’Adamo poi. Ma soprattutto uccide la carità. Distrugge perciò l’unione con Dio”.

A proposito di carità. La prego insistere caldamente su questo soggetto presso le Suore dell’Ospedale. È comprensibile e scusabile che siano stanche, indaffarate, nervose, sempre chiamate e richiamate come sono da malati esigenti e sovente ingrati. Ma vestono l’assisa della carità. Della carità attiva e della più santa attività. Hanno fra le mani anime che soffrono in corpi sofferenti, anime che, delle volte, incontrano il volto di Dio, nelle sue serve, proprio nelle corsie dell’ospedale, anime che possono essere prossime ad incontrarsi col Dio eterno nel giudizio particolare.

Oh! quanta responsabilità ha chi cura un infermo! Può, col suo modo di fare, impedire il contatto, l’incontro fra due che, almeno da parte di Uno, si erano cercati senza potersi incontrare.

Il dolore è molto di frequente catena, scintilla, calamita fra Iddio e la creatura. Ma quando e quanto più la creatura non conosce Iddio, bisogna saper sfruttare il mezzo - malattia - con tanto infinito di carità, per ottenere che l’anima vada dove Gesù l’attira al suo Cuore amabile, e non ne fugga scandalizzata, urtata, scettica, perché vede che una serva di Gesù è... un mazzo di ortiche invece d’essere un vellutato mazzo di violette.

Altri malati possono essere cattolici tiepidi... Ma come si possono accendere se sono circondati da cuori che sotto la infiammata insegna della Croce sono gelidi come carne morta?

Consegnare anime a Gesù, prendere queste povere anime che la vita getta sulle dolorose spiagge di un ospedale come tanti naufraghi feriti e disperati, e raccoglierle con amore, curarle, calmarle, infondere le tre sublimi virtù teologali, le altre soavissime virtù cardinali, condurle verso la Luce. Fare sì che, nella vita se superano la malattia, nella morte se l’ora della morte è venuta, esse se ne vadano fuori dal nosocomio, o dalla vita, con nell’anima, accesa dalla pietosa sorella infermiera, la Luce che non muore.

Se è grande responsabilità esser madrine di battesimo, quale responsabilità è mai questa delle “madrine del dolore e della morte”? Sono stata infermiera, e so e compatisco. Ma non tutti lo sono stati.
Perché scandalizzare, far fare mormorazioni, ferire le anime, chiuderle, nell’ora che dovrebbero più stare aperte, perché si colpiscono con dell’anticarità?

Mi scusi e mi scusino le Suore. Ma per pietà di esse, che dovranno rispondere, per esse stesse e per le anime assistite, al Giudice eterno, ma per pietà di chi soffre nel corpo e ha tanto bisogno di luce nell’anima, mi raccomando di insistere sulla carità che “ci fa serve pronte”, come diceva il nostro motto di infermiere samaritane.

Dalla carità viene alla infermiera la pazienza, la calma, il sorriso (così utile presso chi soffre e così eroico). Viene tutto in questa vita e viene il bacio di Cristo nell’altra (delle volte anche in questa), quel bacio che è passaporto per il regno di Dio.

Riguardo alla sua malata, da 14 anni inferma, pregherò per lei, soffrendo. Sarò felice se il mio dolore le otterrà la visione del nostro divino e dolce Gesù. È sorda e muta. Ma fosse anche cieca, Gesù potrebbe sempre brillare nelle sue tenebre e parlare ai suoi timpani spenti. Basterebbe si svelasse un attimo... Dopo non si può più uscire dal suo solco di luce...

Pregherò molto per questa paralizzata nelle membra, come prego per le altre anime che lei dirige e che sono più o meno appesantite nello spirito. Oh! vorrei molto soffrire per salire a Dio trascinandomi dietro, come volo d’angeli, una vera tribù di anime. Non ho paura di soffrire troppo, perché soffro per fare piacere a Gesù.

Ed ora grazie della sorpresa proprio inaspettata. Avevo, domenica, fatto un vero sacrificio respingendo la tentazione di comperare un libro: “La vita di G. M. Vianney”, che mi avevano data a leggere.

Ma vede come è buono il Signore? Quando io contemplo la sua divina bontà mi salgono le lacrime agli occhi. Perché io in tutto quello che ricevo vedo Gesù.
È la mano di Gesù che mi dà questo o quello. Una sensazione così viva per cui dico prima “grazie” a Gesù e poi al pietoso che, ispirato da Gesù, dà un conforto alla povera Maria.
Gesù sta come uno schermo fra me e il mondo, ed io lo vedo sovrapporsi a tutto e a tutti.

Perciò: grazie, Padre, d’aver seguito l’ispirazione di Gesù e avermi...

Comincia a parlare Gesù e taccio io.

Dice Gesù:

«L’avermi visto cessare di soffrire nella carne fu un sollievo per mia Madre, ma non fu “l’allegrezza”. Vedeva non più spasimare la Carne del Figlio, sapeva che l’orrore del deicidio materiale era finito.

Ma nella “Piena di Grazia” vi era anche la conoscenza dei secoli avvenire, in cui torme incalcolabili di uomini avrebbero continuato a ferire spiritualmente il Figlio suo, ed era sola.

Il deicidio non è finito sul Golgota nell’ora della mia morte.

Esso si ripete ogni qualvolta un mio redento uccide la sua anima, sconsacra il tempio vivo del suo spirito, leva la mente sacrilega a bestemmiare Me, non solo con il turpiloquio osceno, ma con mille maniere del vivere attuale, sempre più contrario alla mia Legge e sempre più neutralizzante i meriti incalcolabili della mia Passione e Morte.

Maria, Corredentrice eccelsa, non cessa di soffrire, come non cesso Io.

Nella gloria intangibile dei Cieli, Noi si soffre per gli uomini che ci rinnegano e ci offendono.

Maria è l’eterna puerpera che vi dà alla luce con un dolore senza pari, perché sa che quel dolore genera non beati al Cielo ma, nella maggior parte, dannati all’Inferno.

Sa che genera creature morte o destinate a morire fra breve. Morte, perché su certe creature il mio Sangue non penetra, come fossero di durissimo diaspro.
Dalla più giovane età uccidono se stesse. O destinate a morire fra breve, ossia coloro che, dopo una larva di vitalità cristiana, soccombono sotto la loro inerzia che niente scuote.

Può Maria non soffrire di vedere perire le sue creature che costano il Sangue del Figlio?
Il Sangue sparso per tutti e che giova a così pochi!

Quando il tempo cesserà d’essere, allora Maria cesserà di soffrire, perché il numero dei beati sarà compiuto. Ella avrà generato, con dolore inenarrabile, il corpo che non muore, di cui il suo Primogenito è il capo.

Se considerate questo, potete ben capire come il dolore di Maria fu sommo dolore.

Potete capire come - grande nel Concepimento immacolato, grande nella gloriosa sua Assunzione - Maria fu grandissima nel ciclo della mia Passione, ossia dalla sera della Cena all’alba della Resurrezione.

Allora Ella fu il secondo - in numero e potenza - il secondo Cristo, e mentre il cielo si oscurava sulla tragedia compiuta e si squarciava il velo del Tempio, i nostri Cuori si squarciarono d’uguale ferita vedendo il numero immisurabile per cui la Passione fu inutile.

Tutto compiuto[124], in quell’ora, del sacrificio materiale.

Tutto da iniziare, in rapporto del cammino delle genti nel solco della Chiesa, nella matrice della Madre Vergine, per dare alla luce gli abitanti della Gerusalemme che non muore. E, per iniziarsi con quell’impronta di Croce, che tutto quanto è fatto per il Cielo deve portare, si iniziò nel dolore della solitudine.

Era l’ora delle tenebre. Chiusi i Cieli. Assente l’Eterno. Il Figlio nella morte. Maria sola iniziava il suo secondo mistico con­cepimento.»


E adesso finisco io.

Dicevo dunque: grazie, Padre, d’avere seguito l’ispirazione di Gesù e di avermi dato modo di rileggere la Vita del Curato d’Ars[125]. Mi piace molto, perché fu un’anima vittima.
Riguardo a me, sto, nel mio soffrire, placida come un bimbo nella cuna e un uccellino sotto l’ala materna. Il mio Sole mi tiene funzione di vita, di antidolore, di tutto. Mi tengo sotto il suo raggiare e sono felice.
Ha mai osservato i colombi? Quando possono farlo, si accoccolano al sole, aprono le alucce, le alzano a turno per farsi baciare dal sole sotto le ali, alzano il capino e guardano, con palese soddisfazione, direi quasi con animale beatitudine, il sole d’oro. Sono felici di farsi riscaldare da esso, né si sa come possano resistere tanto tempo sotto il raggio di fuoco che scende a perpendicolo dall’astro su di loro.
Io sembro una colombella sotto al sole. Sto lì, fissa fissa, e non mi muovo, lieta di sentirmi invadere, struggere dal suo fuoco con la speranza d’esser presto consumata, attirata a Lui.
Oh! il mio Sole! Come dice lei tanto bene, dovrebbe un altro provare ciò che provo per capirlo... Io mi sforzo inutilmente a spiegare come è quella Luce: Pace, Maestà, Scienza, Bellezza... No. Non si può dire cosa sia per l’anima questo inestinguibile, inesprimibile, letificante splendore.

[123]
chiamato “pazzo”, come in Marco 3, 21 e Giovanni 10, 20; samaritano pietoso, come nella parabola narrata in Luca 10, 29-37.

[124]
Tutto compiuto, come in Giovanni 19, 30.

[125]
la Vita del Curato d’Ars, cioè del sunnominato Giovanni Maria Vianney, santo (1786-1859).

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